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Davanti al mare smettiamo di combattere, qui le emozioni cambiano ritmo.

Davanti al mare smettiamo di combattere, qui le emozioni cambiano ritmo.


Ciao!
Sono Cristina Fiori, biologa marina ed ocean therapist.
In questo spazio racconto il mare come qualcosa che va oltre ciò che vediamo.
Benvenutə alla puntata #4 di Ritorno al Blu, uno spazio dove esploriamo il mare come spazio di benessere mentale, riconnessione interiore e consapevolezza ambientale. Se il mare per te è una sensazione di calma immediata, quasi un ritorno a casa dopo una giornata piena, allora questo spazio è per te.

In questa sezione esploriamo il mare come forma di cura, sia fisica che mentale. Attraverso riflessioni, esperienze e prospettive scientifiche e sensibili, osserviamo come l’incontro con l’acqua possa diventare uno spazio di riequilibrio interiore, capace di influenzare positivamente sia il corpo che la mente, favorendo benessere e rigenerazione.

Il mare come regolazione emotiva profonda

Ci sono giorni in cui arriviamo al mare pieni di rumore interno: pensieri sovrapposti, tensione, tristezza difficile da nominare, stanchezza che non è solo fisica. E poi succede qualcosa di quasi impercettibile, che non suona come una soluzione immediata, ma più come un lento allentarsi. 
Il mare non ci chiede di essere efficienti, veloci e performanti, non ci chiede di produrre nulla, è forse proprio questo che riconosce il sistema emotivo appena vede l’orizzonte aprirsi davanti a sé.

Le ricerche scientifiche sugli ambienti naturali legati alla presenza dell’acqua mostrano correlazioni sempre più consistenti tra esposizione al mare e benessere psicologico.

Diversi studi associano il contatto con l’ambiente marino a:
- riduzione di ansia e depressione
- aumento del benessere soggettivo
- incremento delle emozioni positive
- maggiore senso di vitalità e libertà psicologica
Questi dati però diventano davvero comprensibili solo quando li riportiamo all’esperienza concreta, perché chiunque abbia passato del tempo vicino al mare conosce quella sensazione che non sappiamo tanto spiegare, quando le emozioni sembrano avere finalmente spazio per muoversi senza comprimersi, come se il corpo smettesse di trattenere tutto insieme.

Questo avviene perché davanti al mare le emozioni cambiano ritmo. 
Uno degli aspetti più interessanti emersi nelle ricerche è che il mare sembra favorire una modalità mentale completamente diversa da quella quotidiana performante. L’esperienza marina viene descritta come un amplificatore di stati di leisure consciousness, una condizione psicologica non produttiva, non competitiva e profondamente aperta all’esperienza presente. 
Possiamo facilmente riscontrare come questo stato sia raro nella vita contemporanea: la maggior parte del tempo viviamo orientati verso obiettivi, risultati, prestazioni e controllo, dove anche il riposo spesso diventa qualcosa da ottimizzare. Ma il mare interrompe questa logica: non c’è nulla da raggiungere osservando le onde, nulla da dimostrare restando in silenzio davanti all’acqua.
Ed è proprio lì che molte persone iniziano lentamente a decomprimersi emotivamente abbassando la ruminazione mentale, i pensieri perdono di rigidità e le emozioni ricominciano a fluire invece di restare bloccate nel corpo.

Il cervello umano risponde all’oceano simulato 
Alcuni studi recenti sulla realtà virtuale immersiva marina (UVR) hanno mostrato che persino le simulazioni dell’oceano possono aumentare il senso di connessione emotiva e il benessere psicologico.
Le esperienze immersive oceaniche vissute in realtà virtuale, possono generare degli stati psicologici positivi e restaurativi mentre si ha la percezione che il corpo sia immerso in acqua, con un aumento di: 
- vitalità e di energia soggettiva
- senso di presenza
- connessione emotiva con l’oceano
- awe ed empatia
Viene inoltre riscontrato un aumento della capacità di recupero psicologico e di rigenerazione mentale. È un dato più che affascinante, perché suggerisce che
il nostro sistema emotivo risponde profondamente non solo all’acqua reale, ma anche alla percezione simbolica e sensoriale dell’ambiente marino. E’ come se il cervello riconoscesse nell’oceano una configurazione emotiva familiare, un luogo interno prima ancora che geografico.
Forse il mare non ci rende felici, forse fa qualcosa di più importante, ci permette di sentire senza difenderci continuamente da ciò che sentiamo, ricordandoci che non tutte le emozioni devono essere controllate.
Ci ricorda che esiste una forma di calma che non nasce dall’assenza di dolore, ma dalla possibilità di stare dentro ciò che siamo senza irrigidirci.
E forse è anche per questo che molte persone smettono per un momento di combattere contro se stesse quando si trovano davanti al mare. 

Jarratt, D., Gammon, S., Davies, N., & Ward, J. (2022). Being at leisure in blue spaces: The role of leisure in amplifying the well-being benefits of the seaside. Coastal Studies & Society, 1(2–4), 209–229. https://doi.org/10.1177/26349817221134439

Fauville, G., Voşki, A., Mado, M., Bailenson, J. N., & Lantz-Andersson, A. (2024). Underwater virtual reality for marine education and ocean literacy: technological and psychological potentials. Environmental Education Research. https://doi.org/10.1080/13504622.2024.2326446

Santoso, M., Petersen, G. B., Bailenson, J. N., & Fauville, G. (2026). Underwater Virtual Reality and Situated Cognition: Comparing Ground, Docked, and Floating Conditions for Ocean Connectedness and Psychological Wellbeing. Journal of Environmental Psychology. https://doi.org/10.1016/j.jenvp.2026.102950

In questa sezione troverai pratiche semplici di Ocean Therapy: esercizi di presenza, ascolto e radicamento da vivere vicino al mare, o da immaginare come esperienza guidata. Sono momenti brevi, accessibili, pensati per rallentare il ritmo interno e ritrovare uno spazio di equilibrio attraverso il contatto — reale o simbolico — con l’acqua. Non c’è nulla da performare o raggiungere: solo il tempo di entrare in relazione con il mare e lasciare che il corpo ricordi un altro modo di stare nel presente.

Decompressione nel Blu


Inizia semplicemente trovando una posizione comoda vicino al mare, o immaginandolo davanti a te. Lascia che il corpo si appoggi, senza dover cambiare nulla.

Respira, inspira dal naso ed espira dalla bocca e respirando cerca di rilassare i muscoli del tuo corpo a partire dalla mascella, fino ad arrivare alle dita dei tuoi piedi. Continuando a respirare, porta ora la tua attenzione a ciò che stai vivendo dentro, forse c’è rumore, forse pensieri che si sovrappongono, forse stanchezza, o tensione. Non provare a spostarli. Riconoscili soltanto: questo è ciò che c’è adesso.

Adesso porta lo sguardo, o l’immaginazione, verso il mare.
Osserva il suo ritmo: le onde arrivano, si infrangono nel bagnasciuga e poi si ritirano, senza fretta, senza sforzo.
Inspira lentamente mentre l’onda si avvicina ed espira mentre si allontana.
Ancora una volta, non stai controllando il respiro, stai solo entrando nel ritmo di qualcosa di più grande. Ora immagina che ogni pensiero pesante possa perdere un po’ della sua rigidità. Non sparisce, si ammorbidisce come qualcosa che non deve più essere trattenuto con forza. Mentre resti qui chiediti solo questo, senza rispondere con la mente: cosa si sta allentando, anche di poco, dentro di me?

Non cercare una risposta precisa, solo nota le sensazioni in cui navighi.
E prima di concludere, porta con te questa sensazione di essere accoltə:
non devo fare nulla davanti al mare perché qualcosa dentro di me inizi a cambiare ritmo.

Respira ancora una volta e quando sei prontə riporta lentamente l’attenzione al tuo corpo, muovi le dita delle mani e dei piedi e continua a respirare normalmente.


Un tuffo nel rapporto tra essere umano e mare: un legame antico, attraversato da culture, tradizioni e saperi che continuano a trasformarsi nel tempo. Racconti di storie di popoli, testimonianze di chi il mare lo vive ogni giorno, di chi gli dedica la propria vita e di chi, anche solo per un istante, ne è stato profondamente attraversato. Uno spazio per osservare il mare non solo come paesaggio, ma come relazione viva.

Le storie hanno valore non quando mostrano percorsi perfetti, ma quando riescono a lasciare una traccia utile a chi sta affrontando le stesse onde. È per questo che ho deciso di iniziare questi racconti condividendo la mia: un viaggio che, come il mare, ha conosciuto momenti di quiete e tempesta.

Perché ho dedicato la mia vita al mare confessioni di una biologa marina

Avevo 16 anni quando ho respirato sott’acqua per la prima volta. Davanti a me il blu della Sardegna, sopra la superficie il profilo imponente della magnifica isola di Tavolara. In quel momento non potevo ancora saperlo, ma il mare avrebbe cambiato completamente la mia vita. Sono nata e cresciuta in Sardegna, un’isola dove il mare non è soltanto paesaggio: è identità, memoria, appartenenza. Tavolara, visibile anche da grandi distanze, per me ha sempre rappresentato casa. Ancora oggi, ogni volta che la scorgo all’orizzonte provo la stessa sensazione di ritorno. Al liceo classico avevo una professoressa di biologia che parlava del mare con una passione contagiosa. Era subacquea e, a fine anno scolastico, propose alla classe il battesimo del mare. Ricordo ancora l’emozione di quel primo respiro sott’acqua: per pochi istanti potevo muovermi in un mondo che fino ad allora avevo osservato solo dalla superficie. Da quel momento qualcosa si è acceso dentro di me. Eppure scegliere di dedicare la mia vita al mare non è stato semplice. All’epoca la conservazione marina non era un tema così diffuso come oggi e intraprendere quella strada significava accettare moltissime incertezze. Da una parte c’era il desiderio di seguire il cuore, dall’altra la possibilità di scegliere un percorso più stabile e razionale. Ha vinto il mare. Così ho lasciato la Sardegna per trasferirmi a Genova e iniziare il mio percorso universitario in biologia marina. Per una ragazza che usciva per la prima volta dall’isola fu un cambiamento enorme. Ricordo ancora il viaggio in nave come una vera avventura, e ricordo anche le difficoltà affrontate in quel periodo: ambientarsi lontano da casa, misurarsi con un percorso scientifico arrivando da una formazione classica, sentirsi spesso fuori posto. La mia triennale durò più del previsto, ma col tempo capii che anche quella fatica faceva parte del viaggio. La svolta arrivò quando partecipai a un corso sulle tecniche di monitoraggio dei cetacei nel Golfo dell’Asinara. Per la prima volta compresi chiaramente quale sarebbe stata la mia strada: studiare e proteggere i mammiferi marini del Mediterraneo. Negli anni successivi la ricerca divenne, non senza difficoltà, la mia vita quotidiana. Nel 2008 contribuii alla fondazione del CRIMM – Centro di Ricerca sui Mammiferi Marini a Olbia, dedicato allo studio dei cetacei nel nord Sardegna. Questa esperienza mi fece comprendere di voler investire maggiormente sulla mia crescita professionale. Così tornai a Genova e conclusi gli studi con una tesi sugli spiaggiamenti dei cetacei in Sardegna, lavoro che contribuì all’aggiornamento del catalogo nazionale grazie al recupero di dati ed eventi non precedentemente registrati. Successivamente ho proseguito la mia formazione con la laurea in Scienze e Tecnologie del Monitoraggio Biologico, che mi permise di lavorare negli anni a seguire in Università partecipando a diversi progetti di ricerca dedicati ai cetacei del Mediterraneo. Ho svolto campagne di monitoraggio nel Santuario Pelagos, studiato la distribuzione del capodoglio e collaborato ad attività universitarie tra ricerca, seminari e divulgazione scientifica. Nel frattempo ho co-fondato MENKAB: il respiro del mare, associazione dedicata alla ricerca e divulgazione sulla conservazione marina, di cui sono stata presidente. Dentro di me, però, continuava il desiderio di approfondire e comprendere ancora di più il mondo sommerso, così ho conseguito il Dottorato in Scienze del Mare, con un progetto sull’attrattività delle montagne sottomarine nei confronti dei grandi pelagici indicatori di elevata biodiversità. Sono stati anni intensi, vissuti tra la responsabilità di gestire l’associazione e progetti di conservazione, tra navigazioni, monitoraggi e lunghi periodi in mare aperto.

Durante questi anni meravigliosi ho avuto l’immensa fortuna di attraversare il blu dal Mar Ligure fino alle estremità meridionali del Mar Tirreno, incontrando quasi tutte le specie di cetacei presenti nel Mediterraneo. Ho registrato le loro posizioni con il GPS, ascoltato le vocalizzazioni attraverso l’idrofono e osservato balenottere e capodogli saltare fuori improvvisamente dall’acqua. Ho fotografato una pinna dorsale dopo l’altra, imparando lentamente a riconoscere individui, comportamenti e modi diversi di abitare il mare. Le emozioni che ho provato mi hanno portato ad innamorarmi sempre più di questi splendidi giganti, tanto affascinanti quanto utili abitanti degli abissi, ma ad ogni incontro aumentava in me la consapevolezza di quanto il Mediterraneo sia fragile e straordinario allo stesso tempo. Tuttavia dietro quella vita, che dall’esterno sembrava straordinaria, si nascondevano ritmi intensi, pressione costante e un carico emotivo che con il tempo divenne difficile da sostenere. A un certo punto il corpo e la mente mi costrinsero a fermarmi e a tornare in Sardegna. Ho attraversato un periodo buio, in cui ho pensato di abbandonare i miei sogni e rifugiarmi nella sicurezza di un lavoro stabile, ma privo per me di significato. Eppure, dentro di me, l’amore per il mare continuava a battere più forte di ogni paura, trascinandomi lentamente verso la persona che sono oggi.

È stato proprio in quel periodo della mia vita che ho compreso davvero che la conservazione marina non riguarda soltanto gli animali o la biodiversità. Riguarda anche il nostro rapporto con il mare, la capacità di sentirci parte di un equilibrio più grande e la responsabilità di proteggerlo. Ho maturato questa consapevolezza all’interno di Worldrise, organizzazione di conservazione dell’ambiente marino con cui collaboro dal 2016.  È proprio lì che ho iniziato a comprendere più profondamente che la tutela del mare non riguarda soltanto la biodiversità, ma anche il legame che le persone riescono a creare con esso. Negli anni ho imparato che la conservazione marina non può esistere senza il coinvolgimento delle comunità, delle nuove generazioni, ma anche delle aziende e di altri enti pubblici e privati, che tutti possono avere un ruolo concreto nella protezione del Mediterraneo. Con il desiderio di approfondire ulteriormente questi temi, nel 2022 ho conseguito un master di primo livello in Green Economy e Management Sostenibile, ampliando la mia visione sul rapporto tra sostenibilità ambientale, società e imprese. Da allora ho dedicato gran parte del mio lavoro alla relazione tra essere umano e mare, attraverso la gestione di progetti, attività di divulgazione e percorsi di coinvolgimento delle persone nella tutela dell’ambiente marino.

Nel 2025 sono diventata mare. Ho partecipato come modella, insieme ai miei colleghi, alla realizzazione di un’opera di body painting nata all’interno di una progettualità dedicata all'arte e alla conservazione marina. Un’esperienza simbolica e profondamente trasformativa, che mi ha portato a sentire ancora di più quanto il confine tra essere umano e natura sia molto più sottile di quanto immaginiamo. Con il tempo, osservando il mio rapporto con il mare e il modo in cui mi ha trasformata, ho sentito il bisogno di esplorare anche gli effetti profondi che può avere sul benessere emotivo e psicologico delle persone, per questo ho deciso di formarmi anche come Ocean Therapist, un approccio che aiuta a riscoprire il mare come spazio di ascolto, benessere e guarigione.
Credo profondamente che riconnettersi al mare significhi, in parte, riconnettersi anche a noi stessi. E che proprio da questo legame possa nascere una maggiore consapevolezza del bisogno di proteggerlo. Dopo oltre 25 anni di esperienza tra studi, ricerca scientifica, progetti di conservazione, divulgazione e sensibilizzazione, sentivo il bisogno di creare uno spazio in cui raccontare il mare non soltanto attraverso dati e studi, ma anche attraverso le emozioni, le esperienze e le storie che porta con sé. Questo spazio nasce dunque con il desiderio di condividere il potere trasformativo del mare e rendere accessibili a tutti pratiche che possano aiutare le persone a ritrovare ascolto, presenza e connessione. Allo stesso tempo vuole essere una piattaforma di conoscenza sul meraviglioso mondo sottomarino di cui tutti apprezziamo la superficie blu, ma di cui le conoscenze sono ancora troppo limitate. Ad oggi sappiamo che gli oceani coprono oltre il 70% della superficie terrestre, con profondità medie di quasi 3.700 metri e ambienti estremi ancora difficilissimi da raggiungere (NOAA). Di questo Mare Magnum conosciamo ancora solo il 5% tramite esplorazione visiva con sommergibili, ROV o immersioni, mentre poco più del 25% dei fondali oceanici è stato mappato ad alta risoluzione. Secondo gli scienziati moltissime specie marine devono ancora essere scoperte, soprattutto negli ecosistemi profondi. (NOAA ) E forse è proprio questo il fascino più profondo del mare: nonostante tutta la nostra tecnologia, continua ancora a ricordarci quanto siamo piccoli davanti alla sua immensità. E quanto abbiamo ancora da imparare, proteggere e ascoltare.